Torna in sala in versione integrale restaurata, distribuito da Cat People, “I pugni in tasca”, il primo film diretto da Marco Bellocchio. Potremo vederlo al Cinema Politeama Lucioli la sera del 3 giugno, preceduto alle 20:45 da una introduzione storico-critica a cura di Sentieri del Cinema.
“I pugni in tasca” è un film capitale, uno degli esordi più folgoranti della storia del cinema. Un film che prefigurava l’ondata contestataria del ’68 per la critica che muoveva a certi valori, per il modo con cui si rivoltava contro le convenzioni morali, religiose, borghesi che soffocano l’individuo, un regista che quando il film uscì, non assomigliava a nessuno, per il quale non erano possibili riferimenti e confronti.
“I pugni in tasca” è un film sul banale di una vita chiusa nel guscio di una famiglia, sul bisogno di evaderne e sull’ineluttabilità di rimanerne feriti. E’ un film sulla rabbia distruttrice e sul furore impotente dell’adolescenza, ma anche sulla solitudine, la noia e la malinconia e i travagli segreti che la attraversano. E’ un film sulla chiusura della provincia, che impedisce di crescere, di allargare gli orizzonti, di essere protagonisti.
E’ il film di un ragazzo (Bellocchio all’epoca era poco più che ventenne), che ha detto (e ancora oggi dice) a milioni di giovani che volendo è possibile realizzare un film autonomamente, in totale libertà, con pochi mezzi e tanto coraggio e tante idee.
Ale (Lou Castel), il protagonista, è un personaggio dirompente e dinamitardo. Sfrontato, prigioniero del proprio ego, desideroso di essere al centro dell’attenzione, e come molti adolescenti, incapace di trovare qualcosa da desiderare e da perseguire in modo tale da mobilitare ed esprimere tutta l’energia che sente premere dentro di sé, incapace di crescere se non in un rapporto di dipendenza rabbiosa dai genitori e dalla famiglia oggetto di amore e di odio autodistruttivo.
Vive in una villa isolata nei dintorni di Bobbio, Ale, dentro una famiglia che non sembra destinata a reggere il confronto con i mutamenti in atto nell’Italia del boom economico (il film è del 1965). Una famiglia di individui fragili, fisicamente e psichicamente, di una fragilità che prima ancora che una condanna, è un alibi, per come consente a ciascuno di loro una continua giustificazione delle proprie mancanze, per come fa sentire ciascuno di loro esonerati da qualsiasi dovere, dall’assumersi delle responsabilità da adulti. E anche chi, come il fratello maggiore Augusto – l’unico a lavorare in città e quindi ad uscire dall’isolamento del paese, a avere rapporti/relazioni indipendenti col mondo – è all’apparenza “normale e integrato”, si rivela al fondo avido, egoista, ipocrita, codardo, opportunista, squallido, cinico, crudele – la sua esistenza, forse più mostruosa di tutte le mostruosità che il film allinea.







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