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Umbria, Pil pro capite sotto la media ma benessere oltre dieci punti sopra: la fotografia che cambia con gli indicatori

L’Umbria cresce meno sul piano economico, ma mostra una condizione complessiva di benessere superiore alla media nazionale. È il quadro che emerge mettendo a confronto i dati sul Pil con gli indicatori del Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat e l’elaborazione della Banca d’Italia.

Nel 2024 il Pil pro capite umbro è stato di 32.467 euro: assumendo l’Italia come valore 100, l’Umbria si ferma a 87, circa il 13% in meno rispetto alla media nazionale. Anche il reddito disponibile per abitante è inferiore: 22.524 euro contro i 23.155 euro italiani.

Ma quando alla ricchezza economica si affiancano salute, istruzione, lavoro, relazioni sociali, sicurezza, ambiente, servizi e rapporto con le istituzioni, il quadro cambia sensibilmente.

Secondo l’elaborazione della Banca d’Italia su 120 indicatori territoriali, nel 2024 l’indice di benessere dell’Umbria si colloca 10,6 punti sopra la media italiana. Non solo: tra il 2018 e il 2024 il benessere complessivo regionale è cresciuto del 16%, contro il 12,1% dell’Italia e l’11,8% del Centro.

A trainare soprattutto il miglioramento sono le dimensioni legate a relazioni e istituzioni. Nel 2024 gli umbri esprimono una fiducia leggermente superiore alla media nazionale nel Parlamento, con 4,8 punti su dieci contro 4,7, e nel sistema giudiziario, 5,1 contro 4,9. Ancora più marcato il dato relativo a Forze dell’ordine e Vigili del fuoco: 7,7 contro 7,4. La fiducia nei partiti politici, invece, resta identica a quella nazionale, 3,5 punti.

È un cambiamento maturato nel tempo. Nel 2016 l’Umbria era infatti sotto la media italiana per tutti e tre gli indicatori di fiducia istituzionale considerati: 3,6 contro 3,7 per il Parlamento, 4 contro 4,3 per la giustizia e 7,1 contro 7,2 per Forze dell’ordine e Vigili del fuoco. Nel 2024 la situazione si è ribaltata.

Anche la partecipazione alla vita pubblica racconta una regione più coinvolta della media nazionale. Alle elezioni europee del 2024 ha votato il 60,8% degli aventi diritto umbri, contro il 52,5% del Centro e il 49,8% dell’Italia.

Un altro elemento interessante arriva dal mercato del lavoro. Secondo un’elaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria su dati Istat, il 57,5% degli occupati umbri assegna un voto tra 8 e 10 a diversi aspetti della propria occupazione, tra guadagno, prospettive, orario, stabilità, distanza da casa e interesse per il lavoro svolto. È il terzo dato più alto tra le regioni italiane e supera nettamente il 51,1% nazionale.

Eppure anche qui emerge un paradosso: la retribuzione media annua dei dipendenti umbri è inferiore dell’11,2% rispetto a quella italiana. La soddisfazione lavorativa sembra quindi dipendere anche da elementi che non coincidono con lo stipendio: stabilità, sicurezza, organizzazione e qualità dell’esperienza professionale.

Sul fronte della giustizia civile, inoltre, la durata media dei procedimenti è scesa in Umbria da 522 giorni nel 2014 a 401 giorni nel 2024, contro una media nazionale di 447 giorni.

Il quadro non significa che i problemi economici siano scomparsi. Produttività, salari, capacità di creare valore e opportunità per i giovani restano nodi centrali. Ma i dati suggeriscono che l’Umbria possiede un patrimonio meno visibile nei tradizionali indicatori economici: fiducia, partecipazione, relazioni sociali e qualità istituzionale.

È una sorta di infrastruttura immateriale che non sostituisce investimenti, innovazione e crescita, ma può contribuire a renderli più efficaci. La domanda, allora, diventa un’altra: perché una regione che mostra livelli di benessere e capitale sociale superiori alla media non riesce ancora a trasformare pienamente questi punti di forza in maggiore produttività, salari e Pil?

È probabilmente questa la vera sfida dell’Umbria dei prossimi anni: trasformare il capitale sociale già costruito in capitale economico, senza perdere quello che oggi rappresenta uno dei suoi vantaggi più importanti.

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