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TIZIANA CATANZANI

DONNA, MADRE E CONSULENTE PROFESSIONALE IN ALLATTAMENTO MATERNO: TIZIANA CATANZANI SI RACCONTA

(di Roberta Falasca) Donna, mamma, dal 2003 consulente professionale in allattamento materno Ibclc. Tiziana Catanzani si occupa di allattamento materno dal 1998 e sempre nel 2003 ha conseguito il diploma di Mother assistant e nel 2007 di educatrice perinatale con percorso Mipa. Tiziana Catanzani comunica con le donne e per le donne. Al centro dei suoi studi: il latte materno.

Cosa significa essere consulente professionale in allattamento materno (IBCLC)?

“Ibclc, International board certificated lactation consultant è la denominazione di una certificazione professionale che in Italia viene resa con la dicitura di consulente professionale in allattamento materno. L’Ibcle (International board of lactation consultant examiners®), ovvero il direttivo per l’esame di qualifica di questa professione, si è costituito nel Marzo 1985 in America, con l’esigenza precisa di garantire che le consulenti certificate avessero una preparazione standard e di qualità accanto ad un aggiornamento continuo e controllato in termini di riferimenti scientifici nell’allattamento; tale modalità, infatti, offre un’assistenza di alto impatto per le madri. Da allora ogni anno, nello stesso giorno in tutto il mondo (a fine luglio) si svolge l’esame per il conseguimento del titolo. La prova è stata già somministrata in 21 lingue e in più di 50 Paesi. Il titolo di Ibclc non è statico, questo significa che, una volta conseguito il titolo, esso va mantenuto provvedendo ad un aggiornamento costante delle conoscenze e della pratica e, in questa, rispettando i principi etici e professionali. L’Ibclc è una figura professionale nata per affrontare sia le problematiche di allattamento in situazione di fisiologia che quelle più complesse, per esempio in presenza di patologia madre-bambino”.

E’ una professione sconosciuta ai più, come si è avvicinata a tale lavoro?

“Queste tematiche in qualche maniera hanno sempre fatto parte del mio percorso. Ho perso mio padre a 20 anni, a causa di un cancro, e da questa dolorosa esperienza ho imparato che l’ospedale non è un posto per morire e, presto, avrei capito, non sempre adatto per nascere. Nella mia formazione universitaria, decisivo è stato l’incontro con l’antropologia medica, grazie al professor Seppilli, cui devo molto dell’elaborazione, nella consapevolezza, di quello che avevo vissuto prima e di ciò che avrei vissuto con il parto.

Ho avuto la prima figlia molto giovane, a 23 anni appena compiuti e ho incontrato difficoltà grandi sia nel parto che dopo, durante l’allattamento. In un periodo storico, parliamo di circa 20 anni fa, sul territorio non c’era una significativa offerta di sostegno. Mi sono resa conto di quanto sarebbe stato utile averlo e di quanto, per me, avrebbe fatto la differenza. Così, dopo qualche mese di allattamento misto, ho ceduto al biberon con grande sofferenza. Con la seconda bambina, appena ho iniziato ad avere i medesimi dubbi e la stessa crisi “del decimo giorno” dopo il parto riguardo alle mie capacità di poterla nutrire al seno, attraverso una mia amica ho conosciuto La Leche League, Lega per l’allattamento materno, che allora teneva incontri per le mamme solamente a Roma. Chiamai la consulente di riferimento che mi sostenne telefonicamente e, in seguito, iniziai a frequentare i gruppi, partendo con il treno da Terni a Roma. Nel 1998 sono diventata consulente de La Leche League, perché sapevo quanto fosse importante il sostegno del sostegno tra pari. Ho iniziato a organizzare incontri sull’allattamento in quell’anno. Ricordo che, all’inizio, organizzavo questi incontri all’interno della parrocchia e, grazie al passaparola, l’attività ha suscitato interesse. Da allora, non ho più smesso, nemmeno dopo aver lasciato l’attività di volontariato nella La Leche League, nel 2005, dopo aver sostenuto l’esame per diventare Consulente professionale Ibclc nel 2003”.

Molte donne escono dall’ospedale dopo aver partorito e non sanno nulla sull’allattamento e alla prima difficoltà abbandonano quello al seno per approdare al latte artificiale. Cosa direbbe a queste neo mamme?

“Due sono gli ingredienti fondamentali perché l’allattamento sia un’esperienza soddisfacente e duratura: l’informazione prenatale e il sostegno attorno alla madre. Spesso e volentieri le donne alla prima esperienza di maternità sono molto concentrate sulla preparazione al travaglio e al parto e sentono l’allattamento come una pratica lontana o che verrà naturalmente da sola. Nella realtà sappiamo che l’allattamento, pur essendo una pratica normale non è affatto scontata. Perché è un gesto che abbiamo perso per strada negli anni, perché una generazione intera (la nostra) ha subìto l’aggressione massiccia sul mercato dell’alimentazione tramite formula lattea negli anni settanta presentata come pratica sana, moderna e addirittura a volte persino più salubre rispetto all’allattamento. Erano gli anni in cui le ditte produttrici di sostituti facevano affari d’oro imponendosi in ogni modo dentro ai nidi ospedalieri e nelle case maternità. Da vent’anni a questa parte, per fortuna, la situazione sta cambiando, così come la cultura. Si è riscoperto l’allattamento, con tanto di supporto di evidenze scientifiche e raccomandazioni da parte delle più importanti Società scientifiche internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità. Lentamente ma con successo si sta recuperando piano piano questa pratica che è appresa. Non siamo più abituate a vedere vicine di casa, sorelle, zie o conoscenti allattare per cui in questo momento abbiamo bisogno di imparare a farlo. L’allattamento e la sua riuscita sono come dei cerchi concentrici che si completano e si ampliano l’un l’altro. Se una madre, pur motivata e informata, subisce continue pressioni che minano la sua capacità di nutrire il bambino, o è costretta a tornare ad occuparsi di tutto immediatamente dopo il parto, o, ancora, riceve informazioni scorrette e obsolete, ecco, quella donna è messa nelle condizioni di dover continuamente scegliere tra la via in salita dell’allattamento o la via facile del biberon. Ma non perché l’allattamento sia più faticoso dell’alimentazione artificiale, ma solo perché il biberon fa parte, ad oggi, di quello che è culturalmente accettato. Ciò non significa che sia la strada più semplice e salubre, però”.

Perché il latte materno è così prezioso rispetto alla formula artificiale?

“L’allattamento al seno è la norma biologica, come ormai ampiamente affermato e condiviso dalle più importanti società scientifiche internazionali, a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità. Ciò significa che l’allattamento e il latte materno sono modello di riferimento per l’alimentazione neonatale e su questo modello vanno tarati i parametri di crescita e di salute del bambino. Questa “rivoluzione copernicana” avvenuta da pochi anni porta anche a leggere con occhi diversi l’alimentazione artificiale, specialmente quando nella cultura quotidiana e nel linguaggio della pubblicità è presentata al pari dell’allattamento e del latte materno. Se la norma biologica è allattare, va da sé che tutto quello che si allontana da questa pratica non lo è. Allattamento e alimentazione artificiale sono pratiche diverse, per modalità, approccio, ideologia sottostante e comprovati effetti sulla salute psico-fisica di mamma e bambino. Allattare ha un valore che non si risolve nelle semplici doti del latte materno come alimento, ovvero come prodotto ma indica appunto un processo, un percorso di scambio e di crescita madre-bambino in cui la coppia trova un modalità di relazione personalizzata e competente, capace di fare la differenza persino nella società e nella cultura. L’Organizzazione mondiale della sanità afferma che ‘l’allattamento al seno è il modo normale e naturale di fornire ai bambini i nutrienti di cui hanno bisogno per una sana crescita e un sano sviluppo. Tutte le madri possono allattare quando vengono loro garantiti informazioni accurate e supporto da parte della famiglia, del sistema sanitario e della società intera. Il colostro, il primo latte prodotto al termine della gravidanza, è raccomandato come alimento perfetto per il neonato e l’allattamento dovrebbe iniziare entro un’ora dal parto. L’allattamento al seno esclusivo è raccomandato fino ai 6 mesi di età del piccolo e si consiglia di continuare l’allattamento fino ai 2 anni di età o anche oltre’. Dunque, la comunicazione sull’alimentazione artificiale va rivista a iniziare dal linguaggio. Non si parla più di allattamento artificiale ma di alimentazione artificiale perché allattare è solo al seno. Inoltre non si parla più di vantaggi del latte materno, ma dei rischi dell’alimentazione artificiale. I rischi sono maggiore rischio di asma e allergia, maggior rischio di malocclusioni dentali, maggior rischio di contrarre malattie respiratorie acute, maggior esposizione a rischio di contaminazioni nella preparazione della polvere, maggior rischio di alcuni tipi di tumore infantile, diabete e malattie croniche, rischio di infezioni gastro-intestinali e malattie cardiovascolari, rischio maggiore di obesità, esposizione a rischio di effetti collaterali derivanti da inquinanti ambientali, abbassamento effetto protettivo derivato dal mancato allattamento per la madre ( cancro al seno, ovaie, endometrio, osteoporosi)”.

 In Italia non c’è una “cultura del latte materno”. C’è disinformazione e poco approfondimento. Esistono a Terni corsi sul tema?

E’ provato che incontri informativi specifici sull’allattamento in gravidanza (già dalle fasi precoci) possono fare la differenza nella riuscita dello stesso perché la neo madre, nel momento del dopo parto, conosce già quello che è importante fare e ciò che deve essere evitato. Sono ormai 4 anni che nella nostra città, in linea con queste raccomandazioni, tengo un ciclo di 4 incontri sull’allattamento a cadenza bimestrale dedicati alle donne in gravidanza e a chi è loro più vicino promossi dalla farmacia Betti, che si è da subito dimostrata sensibile a questo aspetto fondamentale della vita riproduttiva della donna nonché elemento di prevenzione primaria per madre e bambino. Gli incontri, della durata di un’ora e mezza ciascuno, si svolgono durante la pausa pranzo (14.30-16) in modo che le lavoratrici possano frequentarli senza essere costrette ad aspettare gli ultimi mesi in astensione obbligatoria. Il successo di questi incontri è stato negli anni crescente e i risultati in termini di riuscita e durata di allattamento sono misurabili. Il secondo ingrediente è il sostegno: del compagno, della famiglia, degli operatori sanitari che assistono la nascita e che seguono la crescita del bambino ma anche della cultura dominante. E poi ci sono l’informazione e il sostegno offerti nei Consultori pubblici durante i corsi di accompagnamento alla nascita e su appuntamento. Oggi più che mai è importante una figura professionale specializzata in allattamento che si occupi di tutto questo in sinergia con tutte le altre figure socio-sanitarie. La consulente professionale in allattamento Ibclc può essere un riferimento. Così come è importante creare dei gruppi di mamme alla pari che si sostengano nel quotidiano. E anche su questo aspetto si investe molto poco.

A Terni che tipo di approccio c’è nei confronti dell’allattamento al seno, anche rispetto al rientro delle mamme al lavoro?

“Il rientro al lavoro non è la cosa più difficile per la donna allatta il suo bambino. Allattare è un tassello della maternità, fa parte di quel diritto alla riproduzione che è costantemente negato, svilito, ignorato, reso fatto privato da questa società. Gli ostacoli, i dubbi sono invece le armi raffinate di questa propaganda. Per ogni madre separarsi a un certo punto da suo figlio è un passaggio critico, indipendentemente dal modo in cui è alimentato e anche quando è fortissimo il desiderio di riprendere la propria vita lavorativa. Cos’è che fa credere che il lavoro e l’allattamento, ovvero due diritti, quello alla produzione e quello alla riproduzione, siano due ambiti inconciliabili? Di sicuro contribuisce l’organizzazione del lavoro che, pur tutelando la donna sulla carta, di fatto agevola poco la flessibilità di turni e orari, o l’idea assai ben radicata che una lavoratrice, quando diventa madre, perda interesse per il lavoro e tenda a fare di tutto per scansarselo o ancora la maternità letta come un privilegio o percepita come fatto privato. Non è un caso che l’Italia spende circa 1,4% del Pil per le famiglie con bambini, mentre nell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica europea) in media si spende il 2.2%. In Italia il periodo di congedo per maternità è tra i più lunghi del mondo ma si spende poco e male per i servizi che dovrebbero aiutare a conciliare lavoro e famiglia, dai nidi fino ai pre e post scuola. Il primo distacco dal proprio bambino è impegnativo prima di tutto emotivamente e poi anche dal punto di vista organizzativo. Fino a qui abbiamo parlato delle difficoltà che tutte le madri incontrano quando si affaccia il momento del rientro al lavoro e quando non decidono, potendo permetterselo o volendolo, di abbandonarlo. Poi arriva l’allattamento. Come detto, non occupa certo il primo posto della classifica degli aspetti da gestire. La preoccupazione spesso nasce dall’idea che allattare a richiesta significhi essere totalmente in balia dell’imprevedibile e del non programmabile e, non è un caso se questa preoccupazione viene espressa già in gravidanza o quando il bambino ha pochi giorni, quindi quando l’allattamento è ancora tutto da scoprire. In realtà allattare a richiesta non impedisce una programmazione, il rientro al lavoro e l’organizzazione dei ritmi. Mamma e bambino sono in contatto e dipendono l’uno dall’altro e si adattano ai cambiamenti in modo splendido quando ad interferire non ci si mettono dubbi, burocrazia o considerazioni svilenti. Dalla nostra c’è una legge che tutela il congedo di maternità favorendo un rientro graduale e ad allattamento ben stabilizzato. Lavorare e allattare è una strada percorribile.

Terni, nonostante gli impegni in teoria, è una città poco amica dell’allattamento: provate a fare un giro in inverno, anche in centro, e cercare un posto confortevole per poter allattare se il bambino ha fame o ha bisogno di essere cambiato. Anche da questi piccoli dettagli si misura l’attenzione alla salute e al benessere dei bambini, che poi sono il futuro della città. Altrove, in Italia, troviamo baby pit stop, locali commerciali e comunali con spazio allattamento, sportelli pubblici per il sostegno. Da noi questa cultura è affidata a piccole isole felici o a iniziative private perché privato e accessorio è ancora considerato l’allattamento. In pratica, dopo la nascita del bambino, un aspetto di cui si può fare a meno, al minimo inciampo”.

Foto: web ©

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